Al Nino Cavalli di Parma i tryout per la rappresentativa dei residenti della Repubblica Dominicana. Presente il Console Santiago Rodriguez Figueroa.

 

Si sono svolti questo pomeriggio nella prestigiosa cornice dello stadio Cavalli di Parma i tryout per la composizione della rappresentativa degli atleti dominicani residenti in Italia che a fine ottobre disputeranno la prima edizione europea degli Juegos Patrios Dominicanos.

La rappresentativa di giocatori residenti in Italia si confronterà con quelle di altre nazioni europee con l’obiettivo di conquistare il posto per la Final Eight che si svolgerà in Repubblica Dominicana nel prossimo mese di marzo.

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Proposta

di Giuliano Masola. Duttilità e malleabilità sono caratteristiche normalmente collegate ai metalli. La capacità di essere ridotti in fili o forme diverse, mantenendo le stesse proprietà iniziali, contribuisce allo sviluppo tecnico e tecnologico. Normalmente si pensa all’oro come esempio tipico, ma credo che sia l’uomo a esserne il vero simbolo. Tutta l’evoluzione del nostro fisico e della nostra mente è originate da situazioni estreme. Se pensiamo al nostro gioco, ci rendiamo conto quanto sia vero. Affrontare le difficoltà significa crescere, maturare, far salire l’asticella della conoscenza. Evoluzione significa cambiamento, trasformazione. Se ci confrontiamo con quanto vediamo in natura – pensiamo alla metamorfosi – le nostre mutazioni sono lente, quasi impercettibili. Eppure, l’uomo primitivo respirava più metano e carbonio di adesso (anche se stiamo tornando verso quella situazione). Spesso ci arrabattiamo fra mille cose che riteniamo piccole, inutili, fastidiose, ma possono essere quelle che ci fanno cambiare. Pur essendo piccolo il nostro numero, abbiamo al nostro interno tutta una varietà di idee, pensieri, modi di agire e di reagire; ogni manager, anche inconsapevolmente, una sua filosofia, ogni Società ha uno statuto cui si rifà, o dovrebbe rifarsi, per la gestione e il conseguimento degli obiettivi. Forse non ci siamo accorti – e se lo abbiamo fatto, con grave ritardo – di quanto sia cambiato nella organizzazione del nostro gioco. Leggi tutto “Proposta”

Gianguido Poma è il nuovo Manager del Parma Clima

 

Con un articolo a firma di Gianluigi Calestani, la Gazzetta di Parma annuncia nell’edizione odierna la nomina di Gianguido Poma alla guida tecnica del Parma Clima.

Interbase e seconda base, Gianguido Poma ha disputato nel massimo campionato italiano 546 partite ottenendo 730 battute valide e mettendo a segno 63 fuoricampo: eccellente la sua media battuta vita, pari a .327.
Tra i suoi titoli spiccano tre scudetti (84 a Bologna, poi 85 e 91 a Parma), quattro Coppe dei campioni (86-87-88-92), una Coppa Italia (1993) e una Supercoppa Ceb (1993).
Importante il suo contributo anche con la divisa della nazionale maggiore: Poma ha vestito la casacca azzurra 44 volte partecipando a numerose manifestazioni internazionali.

In qualità di tecnico Poma ha guidato il Collecchio dal 2000 al 2003 e il Sala Baganza dal 2004 al 2007. Nel 2011 ha allenato lo Junior Parma nel campionato di Ibl2 ed ha iniziato la collaborazione con il Parma baseball, società di cui è diventato Direttore tecnico nel 2013.

Il nuovo skipper del Parma Clima vanta importanti esperienze anche come tecnico federale. Nel 2001 è entrato nello staff tecnico della nazionale juniores guidata da Dave Robb, poi si è distinto come primo collaboratore di Bill Holmberg e Marco Mazzieri. Nel 2008 è stato nominato manager della juniores, squadra con la quale ha conquistato tre campionati europei di categoria (2009-2013-2015) prima di essere sorprendentemente sollevato dall’incarico dal nuovo Consiglio federale nel gennaio di quest’anno.

Italiani e comunitari: inchiesta della Gazzetta dello Sport sul basket.

 

La Gazzetta dello Sport di oggi ospita a pag. 28 e 29 un’interessante inchiesta di Vincenzo Di Schiavi sull’adozione della sentenza Sheppard e sulle ricadute nel mondo della pallacanestro italiana.

Uno spunto estremamente interessante anche per il nostro baseball alla luce delle normative che la Fibs desidera introdurre in merito alle regole di tesseramento e di composizione dei roster.

Buona lettura a tutti.

inchiesta Gazzetta dello sport
Il settimo posto all’Europeo turco ha riacceso il dibattito. Siamo volenterosi, ma non competitivi. Il vertice non ci appartiene più come in un passato ormai lontano, mentre scuole cestistiche di retrovia ci hanno raggiunto, se non superato. Perché? E, soprattutto, che fare? In attesa dell’avvio della Serie A (sabato), inutile filosofeggiare sulla materia prima (la vocazione di base non manca o quanto meno non è inferiore a quella di altri Paesi) o sul prodotto finito, il nodo più stringente riguarda la catena di montaggio. Che non funziona. Un problema che ha diverse facce. Tre sono quelle principali: il reclutamento (vivai), la formazione e le regole.

ANALISI — Abbiamo approfondito quest’ultimo punto che ci porta a sfatare un luogo comune. I dati dimostrano che il protezionismo non funziona. O quanto meno non ha prodotto i risultati sperati, ma nel migliore dei casi alcune eccellenze in mezzo a tanta mediocrità. Abbiamo preso come punto di partenza la stagione 2001-2002, quella senza barriere, in seguito alla sentenza Sheppard che consente ai club di tesserare atleti extra comunitari senza alcun vincolo. La percentuale di utilizzo degli italiani (con almeno 10 minuti di media e con un minimo di 10 presenze a referto) è del 29,3, vetta superata solo recentemente (2012/13 e 2015/16) con misure iper protezionistiche. Nel decennio di mezzo un innegabile paradosso: più aumentano le garanzie per i giocatori indigeni, meno vengono utilizzati. Nel triennio 2003-2005 almeno 3 contratti italiani e 5 a referto (la “trovata” dei giovani di serie…). Ecco i primi steccati, ma è anche l’epoca dell’argento olimpico di Atene, picco di una generazione che comincia la sua parabola discendente. È lì che bisognerebbe iniziare a impostare un ricambio che non ci sarà. E, col senno di poi, probabilmente anche per colpa delle regole. Il 2006 è l’anno della svolta protezionistica: la Fip, recependo un’indicazione del Coni, impone la norma per cui il 50% del roster dei club di Serie A deve essere composto da atleti di formazione italiana. Risultato: i costi dei nostri giocatori lievitano, mentre il posto fisso abbassa motivazioni e competitività. Così il rapporto qualità-prezzo degli italiani fa sì che i club vivano le nuove norme come un obbligo e non come un’opportunità, virando su strategie esterofile. Morale: la legge, seppur elaborata con intenti costruttivi, ottiene l’effetto contrario. Nel 2006/07 la percentuale di utilizzo degli italiani crolla al 22,4, il dato peggiore degli ultimi 16 anni, creando un trend invertito solo parzialmente dalle norme attuali che prevedono, di fatto, il contingentamento anche dei giocatori comunitari. Il minutaggio degli italiani realmente utilizzati, dal 2010, è tornato a crescere senza però modificare sensibilmente la tendenza e men che meno producendo qualità diffusa. Il campionato che sta per cominciare ci smentirà? Pare difficile.

PARERI — Valerio Bianchini, in un’intervista alla Gazzetta, ha detto che “la globalizzazione ha spinto i club a prendere tanti stranieri mediocri”. Vero. Ma certe regole hanno forse stimolato ad essere più mediocri dei mediocri anche i pochi prodotti dei nostri già disastrati vivai. Se non si vuole sposare la mozione Recalcati: “Liberalizziamo tutto e aumentiamo gli incentivi per chi utilizza gli italiani”, teniamo quanto meno a mente le parole di Zeljko Obradovic, coach del Fenerbahce: “Le quote sono un errore. In campo, come nella vita, il posto te lo devi guadagnare” (intervista alla Gazzetta del 22/1/2015). Magari mettendosi pure in gioco lontano da questa comfort zone che sembra tanto l’anticamera della mediocrità. Prendiamo la squadra del momento, la Slovenia campione d’Europa: solo Dimec e Rebec giocano in patria. Fenomeni (Doncic e Dragic) a parte, gli altri si sono messi a sgomitare tra Serbia, Turchia, Ungheria, Germania, Spagna e Francia. Quello che i nostri non fanno. Preferendo ruoli marginali e sfruttando privilegi che non portano da nessuna parte.
 Vincenzo Di Schiavi
inchiesta Gazzetta dello Sport
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