LONG JOHN

di Giuliano Masola. Penso molti abbiano letto “L’isola del tesoro” di Louis Stvenson (Treasure Island, 1883), oltre ad averne vista una delle tante versioni cinematografiche; chi ha più o meno la mia età, avrà forse visto lo sceneggiato televisivo del 1959 diretto da Anton Giulio Majano. Si tratta di un romanzo avvincente, dal ritmo incalzante. Penso di non sbagliare, dicendo che il personaggio più affascinante è quello di Long John Silver, il vecchio quartiermastro e cuoco, che si appoggia a una stampella a causa dell’amputazione di una gamba, assieme al suo pappagallo – capitan Flint – quasi sempre appollaiato sulla sua spalla.

Long John è stato un pirata, resta un pirata, con tutti i suoi pregi e difetti; come tale intuisce presto il vero obiettivo della spedizione e cerca di portare a casa lui il bottino, il tesoro. Non riuscirà nell’impresa, ma riuscirà a portare con sé circa quattrocento ghinee d’oro e potrà eclissarsi impunemente per cominciare un’altra avventura. Il suo comportamento è in linea con i suoi obiettivi; soprattutto ha una grande capacità di adattamento. Ciò evidenzia una intelligenza superiore alla media, per quanto volta al male secondo i nostri canoni, poiché sa continuamente recuperare, cogliere l’attimo per rilanciarsi, come si suol dire. Se fossi proprietario di una squadra, non mi dispiacerebbe avere Silver come manager: ha esperienza, sa bene quali sono i tipi di “giocatori” di cui ha bisogno, si rende presto conto del valore degli avversari, sa quando è il momento di “tagliare” – togliere di mezzo,senza mezzi termini – chi non obbedisce al suo comando. La posta in gioco non offre spazio a ripensamenti, ogni mossa è unica, non ci si può permettere di tornare indietro. Ciò che più attrae è il suo rapporto con gli avversari, in particolare con il giovane Jim Hawkins, un “rookie”, un apprendista. La vera abilità di Long John consiste nel conoscere a fondo ciò che spinge l’uomo all’azione, nel valutare il potenziale dei suoi competitori e nell’anticiparne le mosse. A ben pensarci, fra i due non c’è un rapporto basato sull’odio, ma fra le rispettive abilità: una maturata dall’esperienza, l’altra in divenire (“L’isola del tesoro” può essere considerato anche un romanzo di formazione). Così si stabilisce fra i due una sorta di stima reciproca, la capacità di spingere la lotta fin quasi all’estremo, ma anche quella di trovare insieme soluzioni per la comune salvezza. In un certo senso, Stevenson, attraverso questi due personaggi, anticipa l’attuale idea (commerciale, industriale) di “win-win”, alla fine nessuno dei due perde: l’accordo soddisfa entrambi, ottenendo un risulatto migliore delle attese. Non importa tanto se il tesoro viene trovato, o chi lo ha trovato; l’importante è la ricerca, il percorso che conduce ad esso. Ogni giorno ci sforziamo di trovare qualcosa che produca cambiamenti, a cominciare da noi stessi. Non abbiamo una mappa, se non quella che costruiamo, più o meno consciamente, fin dalla nascita. Abbiamo dei mezzi, dei talenti, di cui il più delle volte non ci rendiamo conto, che non sviluppiamo. Immaginiamo di dover comporre una squadra, da che parte cominciamo? Nonostante ognuno abbia le proprie idee, è evidente che, poiché non si può avere tutto, occorre cercare un buon equilibrio fra attacco e difesa. Un elemento importante, quasi fondamentale, in questo senso è la durata della competizione; se il campionato è breve, per cui ogni partita può essere decisiva, la scelta può essere ancora drastica: si cerca un paio di forti battitori, un paio di lanciatori di qualità e per il resto, si prende ciò che offre il convento, come si dice. Ogni scelta è impegnativa nei due sensi, poiché spesso la qualità dei risultati deriva dal rapporto che il manager riesce a stabilire contestualmente con ogni singolo giocatore e con l’intera squadra.  Un manager vero non minaccia, ma suggerisce aggiustamenti, guida; soprattutto fa in modo che la decisione sia, se non proprio condivisa, almeno compresa. Certo, ci possono essere situazioni “one shot”, estemporanee, modello “la va o la spacca”, ma il più delle volte non sono veramente risolutive. Spesso – e lo si vede ai tornei – si cerca di avere giocatori che accrescono la possibilità di vincere, che indossano l’uniforme della squadra solo il tempo stretto di quella specifica competizione, di quell’evento. Certamente vincere è bello, ma non sufficiente. In questi casi, la vittoria può essere addirittura deleteria; con quale spirito gli esclusi continueranno a giocare? Quale è stato l’insegnamento che abbiamo dato e ricevuto? Il nostro orticello è sempre più oppresso dai condomini, da altri sport più popolari del nostro, mossi da un principio: non lasciare spazio agli altri. Tutte le società che si danno da fare per reclutare giovani devono affrontare questa dura realtà. La buona volontà non basta; diventa molto difficile affrontare il mare aperto della competizione in grande stile, per cui non resta che bordeggiare. Troppo spesso, nella nostra difficile sopravvivenza, scambiamo una luce lontana per un faro, col rischio di finire sugli scogli. Ci incaponiamo in problemi che riteniamo di alto livello, mentre non sappiamo affrontare neppure quelli elementari. Penso che John Silver abbia molto da insegnarci: è un pirata intelligente, che riconosce l’altrui intelligenza. È sconfitto, ma non perdente – e qui sta la vera differenza. Ogni momento della nostra vita, ogni inning, ogni azione, presuppone una scelta, una decisione che non possiamo delegare. Forse dovremmo prendere coraggio. “Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto…”. Non vorrei mai che il morto in questione fosse il nostro sport. Forse è meglio non pensarci, meglio “…una bottiglia di rhum”, di quello vero s’intende.

 

Giuliano Masola, 26 luglio 2017

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