Cecità

 

Cecità

di Giuliano Masola. Alcuni giorni fa ha fatto un notevole scalpore l’aiuto che la ventiseienne Casey Spelman ha prestato a Yusef  Dale, un tifoso non vedente dei Cubs, per fargli prendere un taxi. Per i media, la giovane, che per la prima volta era andata al Wrugkey Field con un gruppo di amici, è diventata la Buona Samaritana. Gli Stati Uniti sono un continente più che un paese, e forse anche per questo gli estremismi si evidenziano, ma riescono in qualche modo a convivere: una bandiera, una costituzione e, fino a non molti anni fa, una religione comune: il cristianesimo. Tanti fattori hanno inciso in un rapido cambiamento: una economia sempre più legata alla finanza e la paura derivante dal terrorismo che sta portando a un progressivo isolazionismo. Conosco qualche città statunitense come appassionato di baseball o poco più, per cui mi diventa impossibile dare un giudizio sulla multiforme e variegata società americana. Fino a John Fitzegerald Kennedy uno dei requisiti per diventare Presidente era quello di aver fatto lo strillone per i giornali da ragazzo, così come la frequentazione di una chiesa; oltre a ciò il candidato doveva essere stato uno sportivo. Ora è tutto molto cambiato, ma non dobbiamo stupirci. Purtroppo, la Libertà, quella che permette alle libertà individuali di coesistere attraverso il riconoscimento di reciproci limiti, è sempre meno interpretata con la iniziale maiuscola; si può definire “personalizzata, su misura”, o se vogliamo darci un po’ di arie, fitted, con tutto quanto ne deriva: dall’analfabetismo di ritorno alla violenza più estrema e spesso incomprensibile. Lo stadio è un luogo in cui passioni e rivalità si esaltano, si accendono, possono trovare uno sfogo – panem et circenses, secondo l’antico detto romano. Questa modalità di governo non è poi così cambiata da allora; anche oggi si pensa agli stadi come contenitori di masse, e per molto tempo sono stati realizzati per dare loro uno sfogo, più che un divertimento. Da alcuni decenni, prima negli Stati Uniti, poi in Giappone, il campo di gioco vero e proprio è all’interno di grandi centri polifunzionali, quasi delle piccole città, in cui vengono offerti i più svariati servizi: alberghi, centri commerciali, parco divertimenti, ecc. Stante gli ingentissimi investimenti, queste realizzazioni devono funzionare senza soluzione di continuità; di conseguenza, sullo stesso impianto si gioca a hockey su ghiaccio, football americano, calcio o soccer, e si organizzano spettacoli musicali. Ciò mette un po’ in crisi i puristi, but business is business. Se nel gioco giocato le distanze fra noi e l’America sono ampie, sul piano degli impianti sportivi lo sono ancora di più, nel baseball in particolare. In passato sono stati fatti tentativi di creare un contorno ospitale al diamante – vedi il ristorante a bordo campo di Rimini –, che però non hanno avuto seguito; al massimo c’è un bar, cui ti devi recare se vuoi qualcosa da bere o da mangiare. Ciò rende meno attraente la frequentazione dello stadio, con ricadute anche sulla pubblicizzazione e diffusione del nostro sport preferito. Negli ultimi venti anni, a Parma e provincia, il numero di società si notevolmente ridotto e si sono persi diversi diamanti (via Montanara, via Isola, via Reggio, la struttura coperta del Quadrifoglio e, soprattutto, viale Piacenza); in compenso le società rimaste (sopravvissute) hanno portato a una concentrazione dell’attività e a qualche miglioramento organizzativo. Se guardiamo però alla dirigenza di queste società, ci accorgiamo che si tratta delle stesse persone di una trentina di anni fa con quanto ne può conseguire. Non è detto che il baseball abbia più problemi di altri sport, ma spesso non ci si rende conto dei rischi derivanti dalla presenza attiva di un numero di persone molto limitato, che lavora sempre sul filo della corda, e questa può spezzarsi. Non conosco la realtà complessiva del batti&corri in Italia, ma ho il sospetto che sia molto variegata e soprattutto molto instabile. In alcune regioni si sono attuate delle forme di cooperazione, creando bacini di utenza, per così dire; ciò ha dato buoni risultati. Altre soluzioni, quali la versione italica della franchigia, per quanto intuitivamente valide stanno dando risultati, a mio parere, inferiori alle attese. Eppure, in qualche modo dobbiamo muoverci, dentro e fuori dallo stadio, se pensiamo di avere un futuro. Spesso non riusciamo a fare qualcosa, perché non sappiamo immaginarlo, perché prima parliamo dei problemi e poi di soluzioni (che troppo spesso non si trovano proprio perché ci si arena sui problemi). Sono un po’ kantiano e detesto la burocrazia nelle sue forme più stupide e meno comprensibili. Pur rendendomi conto della sua necessità, vedo con grande preoccupazione la burocratizzazione del nostro cervello, quella che ci impedisce di avere una visione in grado di spaziare, di pensare a quel futuro pronto a farci render conto delle nostre mancate decisioni. Forse il tempo sta incidendo su di me oltre il previsto e mi vengono in mente le parole che Richard Ford scrive ne Il giorno dell’Indipendenza: «Quando si è giovani il proprio avversario è il Futuro; ma quando non lo si è più il proprio avversario è il Passato e tutto ciò che si è fatto con il passato, e il problema è riuscire a sfuggirgli». In questa luce, ritengo che le società complessivamente stiano svolgendo una grande opera e i risultati si vedono, ma credo che all’interno delle stesse occorra fare una meditazione profonda sulle sfide future, sul ricambio delle persone che stanno ai vertici, che hanno accumulato senza dubbio una grande esperienza, ma che umanamente risentono dell’usura di un lavoro quasi tantalico. Nonostante ciò, molti stanno alla finestra “aspettando Godot” (almeno una volta ogni quattro anni).  Ma se Godot non si presenta?Giuliano Masola 21 giugno 2017

Blindness

Here’s a story of a young woman helping a blind Cubs fan hail a cab will pull at your heart strings

By Jessica Kleinschmidt

Here’s a story that will pull at your heart strings.

A great Samaritan explored Wrigleyville for the first time with a group of friends over the weekend. As she was venturing, she saw a man sporting a Cubs jersey standing in the street trying to grab a cab. The young woman, 26-year-old Casey Spelman, approached this man and simply asked if he was waiting for a cab and offered to flag one down for him.

“That’d be great,” he responded to her as he left the game.

This seems sweet enough, but the man, Yusef Dale, was blind.

Someone across the street at a rooftop restaurant saw the actions taking place and posted the photo on Facebook with a very empowering message.

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