Impariamo dal Circo

di Giuliano Masola. Tanti, penso, hanno negli occhi e nel cuore la scena conclusiva di un celebre film di Charlie Chaplin: Il circo. Il carrozzone che porta lontani due giovani innamorati che Charlot aveva aiutato si allontana, mentre il protagonista si accinge ad affrontare una nuova avventura con gli pieni che ammiccano contemporaneamente al sorriso e al pianto. Chi di noi, in particolare da bambino non è stato al circo? Chi non è stato impressionato dai trapezisti, dalle trovate dei clown, dell’abilità di cavalieri, amazzoni e giocolieri, dalla danza degli elefanti e, soprattutto dal domatore nella gabbia delle belve. Fino a poco tempo fa, è stata una meta quasi obbligata, e sperata. In un piccolo paese come quello in cui ho trascorso una bella infanzia, l’arrivo del circo, come quello dei baracconi era un vero avvenimento. Diversi mezzi di trasporto stracarichi trasportavano lo spettacolo, attraversando il paese con studiata lentezza. I camion con le bestie feroci erano i più attesi. Dalle fitte e robuste sbarre si intravedevano quegli animali che conoscevamo dalle figurine, dai libri, o dalle prime trasmissioni dell’Amico degli animali. Curiosità e timore si alternavano, sfidandoci a riconoscere una pantera, una tigre, una particolare scimmia (i circhi più piccoli avevano con sé solo qualche animale, sufficiente comunque a destare curiosità). Di questo è rimasto poco, o niente, stante la diffusa tendenza a impedire l’utilizzo di animali, in particolare feroci, nello spettacolo. Restano gli artisti, che cercano sempre più di eseguire gli esercizi difficili e pesanti quasi a ritmo di danza; il fascino resta comunque. Il mondo del circo è presente anche nel nostro sport: dalle esibizioni degli elefanti che giocavano a baseball del famoso circo Barnum all’emblema di alcuni club, come gli Athletics, ad alcuni modi di dire. Spesso ci riferiamo a “una roba da circo” come a qualcosa di negativo, a qualcosa di un po’ pazzo. In particolare, Oltreoceano, si usano le espressioni circus catch e circus play per definire, ad esempio, per una presa al volo in cui la palla prima rimbalza nel guanto e poi viene afferrata a mano nuda, o per un balzo spettacolare con cui il corridore vola letteralmente sopra il ricevitore per toccare il piatto. Il circo è spettacolo, come il baseball; sebbene in alcune grandi città come a Mosca, la sua caratteristica resta la mobilità, la peregrinazione: una continua avventura. Nelle storiche famiglie degli artisti, come Orfei, Togni, Medrano, vi è stato sempre un passaggio generazionale senza soluzione di continuità; il circo costituiva una specie di megafamiglia. Le richieste del pubblico attuale è diversa, per cui anche la preparazione interna fatta  può non essere sufficiente, occorre inventare qualcosa di nuovo, meglio collegato alla contemporaneità. Così occorre andare a scuola, imparare, addestrarsi. Nei giorni scorsi ho cercato di dare una mano per il baseball alla manifestazione “Sport della Citta” (senza accento), organizzata nella Cittadella di Parma, in quell’area dove Cotton, Norris e tanti altri hanno dato spettacolo. La Scuola Baseball, per l’occasione, ha installato un box per la battuta, oltre a un campo per far ragazzi del pre-baseball. Nel caldo pomeriggio domenicale tanti sono stati quelli che hanno voluto provare l’emozione di una battuta, fra questi tre fratelli, due ragazzi e una ragazza che, sentite un po’, frequentano la Scuola di Circo. La cosa mi ha sorpreso, poiché normalmente altri fanno calcio, judo, pallavolo, ecc., e  si è rivelata interessante poiché, a differenza di tanti altri, i giovanissimi hanno compreso subito ciò che occorreva fare per colpire una palla sul batting-tee: senso di equilibrio, distensione delle braccia, elasticità nel movimento. In effetti, uno dei problemi maggiori, quando si danno i primi rudimenti per la battuta, è l’esecuzione di un movimento sciolto, fluido. Penso che sia abbastanza consueto vedere battitori che si “tirano addosso” la mazza, impedendo una vera sventolata, per cui quando qualche neofita ci riesce, c’è da restare contenti. Il più piccolo dei tre non aveva ancora cinque anni, ma si è dato ben da fare anche lui, in particolare ripetendo ciò che gli dicevo per capire meglio, prima di colpire la palla. Anche se non era previsto, alla fine ha voluto provare anche il papà, per cui tutti sono rimasti molto soddisfatti. Insomma, è stato uno di quei casi in cui come si dice, torni a casa stanco ma felice. Da allora mi sto facendo delle domande. Una riguarda la mia ignoranza, poiché non immaginavo che potesse esser una Scuola per diventare dei circensi; un’altra, legata alla prima, è relativa a una offerta formativa molto più vasta di quella che si può immaginare. Diventare un bravo giocoliere, acrobata, o domatore richiede un lavoro lunghissimo e un allenamento costante. Il pubblico, per quanto comprensivo, resta esigente, per cui non si può fornire una prestazione sottotono; immaginate, ad esempio, un clown che non sa far ridere i ragazzi, ad esempio. Uno dei tanti problemi che ci assillano, credo, sia proprio di fornire uno spettacolo di qualità; i motivi sono i più vari. Credo però che ci siano un paio di punti su cui varrebbe la pena meditare: la qualità del gioco e il rapporto fra i giocatori e gli spettatori, che mi pare quasi inesistente. Anni fa, le tribune di viale Piacenza erano piene ancor prima del batting-practice; perfino gli allenamenti erano seguiti dagli aficionados. Certamente si trattava un periodo in cui giocatori e pubblico si comprendevano: chi era sugli spalti sapeva tutto di ogni giocatore e i giocatori, anche quelli dal carattere più chiuso, finivano per ricambiare con un sorriso. Certamente ciò era agevolato dal fatto che buona parte della squadra era formata da parmigiani, cioè da quelli che fino a pochi mesi prime avevi incontrato nei campionati giovanili, che conoscevi, per così dire, da sempre. In un mondo che ci rende sempre più chiusi, sospettosi e paurosi, tutto diventa più difficile, proprio a cominciare dalle relazioni interpersonali. Così, per aprirci un po’ di più, potremmo iscriverci a una scuola di circo, per tornare, attraverso tanto sacrificio e dedizione, a formare un gruppo: quello fra chi gioca e chi assiste, che solo può diventare vincente. Giuliano Masola 16 giugno 2017

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