Paff… Bum

di Giuliano Masola. È il titolo di una canzone di Dalla del 1966. Sulla copertina del 45 giri di vinile memoria e sulla successiva compilation, il grande Lucio, in divisa da baseball, si atteggia a lanciatore. Non so fino a che punto Lucio Dalla conoscesse il nostro sport; certo è che nella seconda metà degli anni Sessanta il baseball stava crescendo; riusciva a trovare spazio anche in Emilia-Romagna. La canzone venne presentata a San Remo, ma con un limitato successo. Paff… Bum (“boom” non sarebbe stato bolognese) è il pulsare del cuore, di un cuore che ci rendiamo conto solo ora quanto sia  stato grande. Un tuffo al cuore è il risultato di una emozione, di una attesa intensa; quella del lanciatore a ogni palla rilasciata, del battitore sul terzo strike, sul tentativo di presa su una quasi imprendibile palla al volo. Le emozioni sono insite nell’uomo; sono spesso così forti e repentine che occorre in qualche modo dominarle. Lucio parla di amore che viene e se ne va, così nelle vicende di cuore, come in quelle sportive. La situazione attuale, nel baseball come in altri campi, è il frutto di un periodo di “vacanza emotiva”. Gli anni Ottanta si sono conclusi con un grande “boom”: la caduta del Muro di Berlino, crollato insieme alle macerie di un impero che sembrava inattaccabile. Fatto storicamente importantissimo, ma dalle conseguenze impreviste. Il successo ha comportato un calo di tensione che ha corrisposto a una minore capacità di emozionarci. Se non ci sono più problemi in vista, perché preoccuparci? Birra e champagne, tarallucci e vin santo: che festa! Peccato che i problemi, quelli profondi, di base, lentamente ma inesorabilmente, cominciassero ad affacciarsi. Tutti liberi di far tutto, anche in campo sportivo. Sembrava che quel 1989 fosse la ciliegina sulla torta di anni di contestazione, di rivolta, e di sangue, purtroppo. Chi fa il manager sa bene quanto occorra dosare le forze e a rintuzzare le mosse dell’avversario, lunga tutta la partita; esser in vantaggio subito, non significa avere vinto. Tante sono le componenti, controllo delle emozioni compreso. L’esaltazione derivata dal successo, anche ripetuto, può produrre effetti deleteri. In questi ultimi anni – e non si sa per quanti ancora – abbiamo visto scomparire dalla scena atleti di valore e prestigio, giocatori che una volta appeso il guanto al chiodo sono letteralmente scomparsi. Fare baseball, almeno da noi, significa impegnarsi molto, senza portare a casa, dal punto di vista pecuniario, nulla, o poco più. Questa fuga dai diamanti sta comportando problemi molto seri. Il distacco generazionale è tale da provocare uno strappo incolmabile. I motivi di abbandono sono tanti e, in tantissimi casi, giustificati o giustificabili. La domanda da porci però è un’altra. Tutti coloro che hanno fatto baseball sono andati in campo a fronte di spinte emotive; i loro gesti hanno provocato nuove emozioni, tali da convincere altri a farlo; perché allora non li vediamo più? Come canta Lucio “l’amore viene e va”, ma se la situazione è questa, significa che la parola “amore” inizia con la minuscola; una bella differenza da quello che occorre per impegnarsi quotidianamente per mantenere in vita uno sport tanto bello quanto impegnativo. Delle prime generazioni restano ormai in pochi, troppo pochi. Si tratta, però. di persone che letteralmente vanno in campo anche con una gamba sola. Ho la fortuna di avere alcuni con me nell’impresa di far conoscere il baseball nelle scuole. Uno di loro mi ha detto: “Non sai come brucio a non potermi muovere come voglio, a stare accanto a questi ragazzi!”. Non ho una ricetta per risolvere un problema così grande e delicato. Credo però, che occorra almeno evidenziarlo. In un’altra canzone Dalla dice che “bisogna saper perdere/ non sempre si può vincere…”. Certamente non è facile accettare la sconfitta. Certamente è più bello vincere. Una vittoria vera però, deve avere effetti duraturi, così come una sconfitta dovrebbe stimolare a un miglioramento tale da portare alla vittoria. Praticamente non ho mai vinto nulla di importante, per cui mi diventa difficile capire fino in fondo cosa significa il successo e il mio esempio può lasciare il tempo che trova; è rimasta però la volontà di tirare avanti, nonostante situazioni talvolta indesiderabili, se non intollerabili – sarà perché sono nato nel ’48, anno di idealisti e rivoluzionari… e di sconfitti –.Quando sono un po’ giù penso a mio padre, nato nel 1914 come Joe di Maggio e a Babe Ruth, scomparso nel 1948… e allora mi ritorna la spinta a proseguire.  Certamente sarei molto felice se vedessi  in campo tanti di quelli che attiravano folle allo stadio, ma è inutile piangerci sopra: si tratta di una razza praticamente estinta. Voglio però emozionarmi. Adesso vado in garage a ritagliare qualche pezzo di compensato, o di cartone, per farci delle basi portatili. Purtroppo la mazza di plastica si è acciaccata un po’, ma con del nastro di carta (grandissima invenzione) si può recuperare… Per il resto, lunedì torno a scuola; aspetterò il suono della campanella e la processione dei ragazzi con la loro insegnante  “Oggi c’è basket!”, esclama contento uno di loro.

Beh, almeno le prime tre lettere sono uguali… Sarà dura, m forse si può vincere… Giuliano Masola 3 giugno 2017

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