Il kentuckiano

di Giuliano Masola. Nel 1955 uscì Il kentuckiano, uno dei pochi film diretti da Burt Lancaster. Col baseball non ha nulla a che fare, se non che la scena si svolge nel Bluegrass State, lo stato della fienarola, una pianta da foraggio perenne. Il Kentucky, nato ufficialmente nel 1792, ha dato i natali a grandi personalità, quali Abramo Lincoln, Jefferson Davis, primo e unico presidente degli Stati Confederati e Muhammad Alì (Cassius Clay). Ciò che conosciamo di quello stato  sono le mazze “Louisville”, fra cui la mitica “125”.  Il kentuckiano che più ci interessa, in questa occasione, è Jim Bunning, un grande lanciatore. Nato il 23 ottobre 1931 a Southgate, è scomparso i 26 maggio scorso a Forth Thomas. Nel 1955 debuttò coi Detroit Tigers e terminò la sua carriera nel 1971 coi Philadelphia Phillies. Fra le sue più alte prestazioni, spiccano la perfect game ottenuta il 21 giugno 1964 sul campo dei Mets e la no hit del 1958, quando vestiva l’uniforme dei Tigers. Oltre a ciò Bunning è stato l’unico lanciatore a vincere ameno 100 partite in entrambe e Leghe. Terminata la carriera, dopo un breve periodo in cui ha fatto il manager nelle Leghe Minori, è passato alla politica ed è stato eletto rappresentante al Congresso Federale, dove ha svolto il suo impegno dal 1987 al 1999. È stato considerato una specie di patriarca, sia per la sua numerosa prole (nove figli) sia per le sue convinzioni fortemente conservatrici. In pratica, trasferì al Congresso i modi e i sentimenti che ne avevano fatto un grande campione negli stadi. Una personalità particolare, di spicco. Tanti sono i casi di ex atleti, anche in Italia, che hanno fatto una esperienza politica: forse il nome più conosciuto è quello di Gianni Rivera. Samuele Bersani, nel brano del 2002 Che vita! canta:«Che vita!/ Pietro Mennea e Sara Simeoni/

son rivali alle elezioni». I pugni alzati di Tommy Smith e di John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 hanno rappresentato l’emblema della contestazione; un gesto, però, non è sufficiente. Certamente lo sport ha un suo peso anche in politica, tanto è vero che diverse associazioni sono l’emanazione di partito o di una organizzazione religiosa (UISP, CSI, ecc). Il problema che si pone però è quello legato alla formazione politica. Infatti, non basta avere buone idee per entrare in un mondo complesso, dalle meccaniche non sempre comprensibili, in cui il maggior avversario è spesso il tuo collega. A livello sportivo, per ottenere risultati importanti occorre dedizione e sacrificio; il tutto è indirizzato a un obiettivo anche lontano nel tempo – pensiamo a chi si prepara per una olimpiade. Eppure di domande cui dare una risposta, idee da vagliare ce ne sono tante. Ogni federazione o società sportiva, comprensibilmente, fa di tutto per emergere, ma ciò comporta quella impermeabilità che impedisce, o rende estremamente difficoltoso a un giovane fare più attività e, a livello più esteso, di trovare un coordinamento fra le varie branche sportive. Nel caso degli sport che vanno per la maggiore, dove la speranza di successo – leggi soldi – spinge a dei veri e propri eccessi (basta assistere anche per pochi minuti a una partita di “pulcini” per rendersene conto), l’altissima selezione comporta il fatto che ragazzi di tredici-quattordici anni vengano scartati. Malauguratamente, una volta fuori dal mazzo, come si suol dire, questi non si dedicano più ad altri sport; si limitano a giocare fra loro, andare allo stadio e ad abbigliarsi come il campione preferito, tosatura dei capelli compresa. In altri casi, temporanei momenti di gloria portano all’esaltazione, alle spese pazze, al fallimento preannunciato. Anche noi abbiamo le nostre tristi esperienze e paghiamo ancora le conseguenze di un periodo di successo che si è dimostrato effimero, politicamente effimero. Alla fine, restano  debiti e impianti che non trovano più un efficiente e completo utilizzo  La politica, si dice, è mediazione;  secondo Aristotele, la ricerca del giusto mezzo. Ma per ottenere tale mediazione, cioè un risultato condiviso, è necessario partire da presupposti concreti, da una idea che abbia delle basi (almeno quattro, verrebbe da dire). Chi lavora in imprese che operano a livello internazionale sa bene quanto impegnativo sia elaborare un progetto, programmare le attività, controllare gli stati di avanzamento e produrre il risultato. In particolare, si distingue ciò che è l’obiettivo (objective) e la finalità complessiva, nonché la sua realizzazione (goal). Anche in campo sportivo la nostra città è legata alle mode, ai momenti di esaltazione, cui seguono inevitabili lunghi periodi di grigiore.  Ciò, a mio parere, è legato a una visione di breve periodo. Ogni nostro atto influisce su quello altrui, dal vicino di casa all’ultimo abitante della periferia, a chi utilizza la città come luogo di attività lavorativa e scolastica, o come luogo di rifugio. Nelle liste dei vari partiti che a Parma si contenderanno a breve la poltrona di sindaco ci sono diversi esponenti del mondo sportivo, e tutti bene intenzionati a portare avanti politiche tali da incrementare l’attività e dar lustro alla “piccola Parigi”. L’unico suggerimento che si potrebbe loro dare è quello di utilizzare il bagaglio di sacrifici cui si sono sottoposti per affrontare dure prove e trasformarlo in un valore aggiunto da applicare ogni volta in cui dovranno prendere una decisione. La differenza fra un sogno e un programma è la capacità di realizzarlo in tutte i suoi componenti. Lasciamo quindi che i sogni ci illuminino, ma puntiamo sui programmi. Richard Nixon, presidente americano soprattutto noto per lo scandalo del Watergate, in tempi non sospetti aveva dichiarato “Non capisco molto di politica, ma ne so un mucchio di baseball”. Essere in grado di saperne tanto dell’una e quanto dell’altro potrebbe portare a risultati migliori. Giuliano Masola 1° giugno 2017

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