Stolen Season

di Giuliano Masola. Nel 1991 venne pubblicato un libro di David Lamb, scrittore e giornalista sportivo di Boston, nato nel 1940 e scomparso nel 2016: Stolen season. Si tratta di una stagione in cui, anziché occuparsi delle Major Leagues, l’autore percorre buona parte degli Stati Uniti alla scoperta delle Leghe Minori. Pur essendo passato oltre un quarto di secolo, ancora oggi possiamo leggere il libro come un percorso,  una corsa intorno alle basi. Diversi sono gli spunti che si possono trarre dal lavoro di Lamb: difficoltà dell’impresa, massima disponibilità ai trasferimenti, obbedienza assoluta ai coach. Certamente dal 1991 ad oggi tante cose sono cambiate. Il Baseball, che già partiva da una base internazionale, ha dovuto fare i conti con la globalizzazione (per la verità l’ha anticipata). Le accademie promosse dalla stessa Major League o dai club che la compongono sono presenti in paesi di diversi continenti. È importante la capacità dell’atleta, non il suo luogo di provenienza, o il colore della sua pelle. Il titolo – Stagione perduta – può suonare strano, fuorviante. Infatti, nulla c’è di perduto, se non l’abbandono temporaneo del mondo rutilante dei grandi stadi per muoversi in quelli di provincia, scoprire la realtà nascosta, i grandi sacrifici che giovani giocatori fanno per giungere la traguardo. In quel mondo nessuno ti porta la borsa e la valigia; le trasferte sono lunghe, in autobus, forse residuati dell’Esercito; talvolta un ritardo comporta il fatto di trovare l’albergo chiuso e ci si deve appisolare come si può. La casa è costituita da una stanza con frigorifero e televisione: la giornata si passa in attesa dell’ora di allenamento: i soldi sono così pochi che bastano per comprarsi l’indispensabile al discount. Eppure tantissimi affrontano questa situazione con grande spirito e coraggio. 

Alcuni provengono da luoghi tanto poveri per cui mangiare due volte al giorno è già un successo. Una vita dura, anzi durissima, che metteva a prova il desire, la volontà di riuscire a emergere. Ai giorni nostri, diversi sono coloro che hanno tentato e in qualche modo hanno fatto “il grande salto” (Maestri, Liddi e Colabello, ad esempio). In passato solo Roberto “Bob” Gandini e Alberto “Toro” Rinaldi hanno avuto una esperienza in squadre semiprofessionistiche. Ce ne sarebbe potuto essere almeno un altro – e forse con maggiori prospettive: Giorgio “Ciostro” Castelli, ma la sua decisione è stata quella di stare a Parma, dove non gli sarebbe mancato nulla, anzi! Certamente la strada che passa dalle Minor Leagues, negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso poteva essere ritenuta poco attraente e molto rischiosa. I problemi erano (e sono, almeno in parte) molteplici: lingua, modo di vivere, alimentazione, disponibilità a sacrificare quelle forme di convivenza che Oltreoceano quasi non esistono. Come si dice “è meglio esser il primo a casa propria che il secondo a Roma”; certamente in questa dichiarazione c’è della verità: peccato che “Roma” detenga il potere e, soprattutto, ha i cordoni della borsa. Coi manager e coach non si discute: ci si può arrabbiare, urlare, mandare qualcuno a quel paese, ma la decisione presa è quella, e basta. Certamente, noi siamo abituati diversamente, poiché sono poche (almeno per quanto vedo) le squadre in cui il manager riesce a farsi realmente rispettare, a dettare le scelte. Alla fine, pensiamo di essere tutti dei “compagnoni” per cui non ci deve essere la necessità di una imposizione: è meglio parlarne, discutere… intanto l’altra squadra fa i punti e finiamo per perdere. Lamb, in realtà, non parla di una stagione perduta, ma di un anno sabbatico, quello cui hanno diritto i docenti universitari, ad esempio, per restare lontano dall’insegnamento per fare approfondimenti, confrontarsi con altri, incrementare conoscenza e conoscenze, da trasmettere agli studenti l’anno successivo. Penso che anche noi dovremmo avere una stolen season, un periodo in cui, lontani dalla quotidianità, dedicarci alla ricerca, alla scoperta, possibilmente in luoghi sconosciuti, e disporci al confronto, all’autocritica, alla progettazione. Una stagione non è mai persa, a meno che non la si butti via. Le batterie ogni tanto vanno ricaricate, come è giusto che sia. Troppe volte, però, ho visto persone – in particolare tecnici – che hanno cominciato, smesso, ripreso, smesso di nuovo, e così via. Nulla di male, considerando che si tratta nella stragrande parte dei casi di un impegno volontario e non retribuito. L’unico neo, però, è costituito dal fatto che la “vacanza” non è stata utilizzata per imparare qualcosa in più, fare una pensata su quanto fatto e valutare cosa possa essere fatto in futuro. Per esempio, vedo che allenatori di baseball passano al softball da un anno all’altro. Pur arbitrando entrambi, mi rendo sempre più conto delle differenze, e capisco benissimo che resto “uno prestato al softball”, un arbitro che cerca principalmente di evitare che le squadre si trovino sole in campo. Nessuna stagione è “persa”, poiché ogni campionato ci insegna qualcosa. Purtroppo col tempo i neuroni (in particolare i miei) se ne vanno e facciamo sempre più fatica a rimetterci in gioco, a fare cose nuove. L’autobus parte ogni mattina e ci tocca prenderlo, anche se non sappiamo dove andrà. L’importante è avere nella nostra sacca coraggio e volontà. Let’s go…on the road. Giuliano Masola 28 maggio 2017

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