Lettera da Berlino

di Giuliano Masola. Parlare di baseball a Berlino, all’inizio di gennaio, non è una cosa scontata, anzi pare proprio un non senso. In una città tanto grande per cui da una parte nevica e dall’altra può esserci il sole gli argomenti sono altri. Non si parla di baseball, ma certamente si parla di Italia. La prima cosa che ci è stato detto all’arrivo è stato, in italo-franco-spagnolo è stata “Grazie Italia.

Grazie Italiani per averci aiutato!”. È stato emozionante sentirsi dire grazie da chi normalmente riteniamo solo freddo, duro inquadrato, forse ostile. A onor del vero chi lo ha detto conosce un po’ il nostro paese e ne ama tanto la cucina. Non è un caso isolato però, poiché qui si respira tanto Italia. Nella capitale tedesca ci sono circa 50.000 connazionali e il numero dei locali con insegne italiane o che si richiamano al nostro paese sono tantissimi, dalle pizzerie ai negozi di alta moda. Certamente ci sono comunità molto più numerose, a cominciare da quella turca con la loro bandiera esposta in tanti luoghi, ma gli italiani rappresentano un Leitmotiv, il motivo conduttore di un modo di vivere. Questo fa sì che i rapporti siano più facili, al di là dell’ostacolo della lingua, che comunque si sta adattando a nuove realtà; il Denglish ne è uno dei risultati. Una vista la luogo dell’attentato, nei pressi della Gedächtniskirche, la Chiesa del Ricordo, all’inizio della Kurfursterdamm, una delle più belle e importanti strade nel quartiere di Charlottenburg, è toccante: un tappeto di fiori, con foto e piccoli ricordi delle vittime, è la meta di tutti. Il ricordo nel ricordo, si potrebbe dire. Quando siamo giunti sul posto, gli addetti stavano smontando le strutture del mercatino di Natale, luogo dell’attentato, e ponevano i materiali sui camion in attesa. Una scena più che normale in altri casi. Ma anche gli operai parlavano fra loro a bassa voce, contrariamente il solito. Sembrava che anche il clima volesse fare la sua parte: al nevischio del mattino stava facendosi largo un po’ di sole: cercava di combattere il vento freddo con un po’ di luce. Una grande città non si ferma; c’è gente di ogni paese, soprattutto nei grandi negozi in cui ci sono i saldi, per cui si fa il pieno di acquisti. Non ti stupisci, pertanto, se l’esperta commessa capisce che non sei tedesco et ti chiede se conoscci lìinglese “a little bit” e chi è i coda dietro di te cerca di aiutarti: “Sono di Malta, quasi italiana”. E il baseball? In pieno inverno, proprio non qui non se ne vede, salvo via internet. Eppure… Sono a Berlino per una operazione al menisco di mio figlio; per chi fa il catcher è una specie di tagliando; per poter giocare la prossima stagione è meglio intervenire ora. A Berlino, città di oltre 4 milioni di abitanti, ci sono diverse società, ma occorre tener conto delle distanze; da nord a sud si estende per circa 38 km., mentre da est a ovest è di 45 km. per cui occorre considerare il tempo di percorrenza, in una città in cui le vie e tangenziali sono praticamente sempre piene di traffico. Ad esempio per raggiungere i Berlin Challengers, la squadra più vicina, occorrono 40 minuti di metro, per le altre occorre almeno un’ora. È il giorno dell’Epifania – giornata non festiva in Brandeburgo – e il sole splende in un cielo più che terso; la temperatura è sottozero, ma non si sente il freddo più di tanto, poiché non c’è umidità. La clinica è a una ventina di chilometri, in una tranquilla zona periferica. Mentre attendiamo il ricovero, mi guardo in giro e vedo qualcosa che attira la mia attenzione. All’interno di un piccolo giardino ci sono un paio di cose che possono attirare l’attenzione. Su una parete c’è una antica lapide con una epigrafe che reca il nome di Hans Neuhofer e la data del 1563. Quanto scritto non è facilmente leggibile, ma nella seconda riga pare si dica che “la virtù va oltre la vita”. Al centro, invece, vi è la scultura bronzea di un fanciullo ignudo ripreso mentre sta lanciando una palla; non so di che epoca sia, ma a me fa venire in mente Manzù. Il braccio destro tiene la palla bene in alto, quasi verticalmente a lato del capo, mentre il sinistro è proteso in avanti in direzione del lancio. Il ventre, un po’ troppo prominente, stona un po’, ma per il resto l’impostazione è quasi da manuale; non si può non immortalarla. Guardando un po’ sul dizionario scopro che “Hof” significa cortile, uno spazio delimitato, per cui la statua, posta sulla colonna di una fontana circolare, evidenziata anche da un cerchio di mattonelle di colore diverso, per cui ricorda l’area di lancio del softball, può rimandare a un luogo dove si gioca. Sarà così? Parafrasando un antico adagio, “l’Epifania il menisco porta via”; l’operazione viene effettuata con una vera organizzazione tedesca, per cui tutto si conclude nei modi e nei tempi previsti. Ora non resta che aspettare pazientemente che il ginocchio ritorni a funzionare appieno per tornare a giocare. Oggi è domenica, e la domenica a Berlino sono aperti solo musei e chiese; niente shopping. Nevica per cui si è un po’ bloccati in casa. Per me, in casi come questi, l’unica cosa da fare è lasciar scorrere la penna dietro l’immagine dei giorni, nell’attesa che un po’ di sole alla fine emerga fra le nubi. Ma la tv è accesa su un canale tedesco e, proprio sto scrivendo, appare il baseball: un genitore tira la palla a un bambino, di forse due anni, all’interno di uno stadio… Anche in una città che pare colpita al cuore, finché c’è baseball c’è speranza. Giuliano Berlino, 8 gennaio 2016

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